La Missione dell’Università di Pisa a Dra Abu el-Naga (Gurna, Luxor)


Campagne I-V 
(gennaio 2003 - novembre 2005)


La Missione Archeologica Italiana a Dra Abu el-Naga (MIDAN) dell’Università di Pisa, diretta dalla prof.ssa Marilina Betrò, ha intrapreso lo studio della tomba tebana 14 (TT14), approntata alla fine della XIX dinastia per Huy, un sacerdote wab del sovrano divinizzato Amenofi I. Dopo un primo sopralluogo nel settembre 2000, le attività della missione sono iniziate nel gennaio 2003 con la documentazione fotografica completa e il rilievo architettonico del primo ambiente dell’ipogeo, l’unico accessibile prima dell’inizio dello scavo, e sono proseguite nei mesi di dicembre 2003, ottobre 2004, gennaio 2005 e novembre 2005 con l’esplorazione archeologica di TT 14 e di una nuova tomba (MIDAN.05), più grande e finora ignota, ad essa connessa (fig.1: click sull'immagine per ingrandire ) 1.
Hanno partecipato alle campagne I-V: Antonio Giammarusti (architetto), Rosa Maria Iglesias Morsilli (esperta CAD), Paolo Del Vesco (egittologo e archeologo, vice-direttore, Università di Pisa), Claudia Liuzza (egittologa), Maria Cristina Guidotti (egittologa e ceramologa, direttrice Museo Egizio di Firenze), Gianluca Buonomini (restauratore, Università di Pisa), Gianluca Miniaci (egittologo, Università di Pisa), Massimo Izzo (ingegnere e egittologo, Università di Pisa), Dina Bakhoum (ingegnere strutturale, Centro italo-egizio per il restauro e per l'archeologia, Cairo), Maurizio Forte (archeologo, primo ricercatore CNR-ITABC), Eva Pietroni (ricercatrice, esperta 3D scanning, CNR-ITABC), Lucia Grassi (egittologa e disegnatrice, Università di Pisa), Christian Greco (egittologo e archeologo, Università di Pisa), Barbara Lippi (antropologa, Università di Pisa). Gli ispettori assegnati alla missione dallo SCA sono stati, dal 2003 al 2005: El Mughi Mahmoud Seleem, Ali Reda Mohammed Soliman, Ez el Din Kamal el Nuby, Abd el Nasser Mohammed Ahmed Saad, Nefisa El Azab Mohamed, Yasser Abdel Razik Mahmoud.

Fig.1: Pianta generale schematica delle tombe TT14 e MIDAN.05

Introduzione
La TT14 si trova sulla riva occidentale di Luxor, alle prime pendici del rilievo che caratterizza il settore della necropoli tebana noto come Dra Abu el Naga, dal nome del vicino villaggio moderno (fig.2 ). In questa area si fecero seppellire i re della XVII dinastia e i primi sovrani della XVIII e, non a caso, il culto di Amenofi I e di sua madre Ahmosi Nefertari ha lasciato qui numerose testimonianze. In età ramesside molte persone scelsero Dra Abu el Naga come sede per la propria dimora funeraria, facendo decorare le pareti della propria tomba con le scene del culto dedicato alle statue dei due sovrani divinizzati. Huy, che portò il titolo di “sacerdote wab di Amenofi, l’immagine di Amon”, fu tra loro.
Il suo ipogeo non era mai stato oggetto di pubblicazione né era mai stato documentato in precedenza (se non per poche scene)2 ; del tutto inesplorate erano inoltre le strutture sotterranee a cui porta uno dei due passaggi che si aprono ai lati dell’ambiente con nicchia sul lato sud della prima camera; nulla si sapeva infine della tomba (MIDAN.05), più grande e più antica, posta a nord-ovest di TT 14 e ad essa collegata, in un’epoca posteriore, attraverso un ambiente di raccordo e un breve passaggio discendente. Attualmente l’accesso alle due tombe avviene attraverso un’unica porta in metallo, quella di TT 14, raggiungibile per mezzo di una moderna scala in cemento. La presenza di tale scala e di muri di contenimento del deposito di detriti che copre il pendio naturale della collina di Dra Abu el Naga impedisce, per il momento, di desumere alcuna informazione riguardante la corte che verosimilmente precedeva i due ipogei.

 Fig.2: Veduta dell’area con l’ingresso moderno a TT 14 in primo piano


Gennaio 2003
Durante questa prima campagna si è proceduto al rilevamento fotografico e architettonico del primo ambiente (A) di TT 14. La tomba è orientata lungo l’asse N-S e la prima camera è una sala trasversale di forma rettangolare (3,8 x 2 m) con gli angoli smussati e un soffitto piatto ad un’altezza di 1,79 m. Pareti e soffitto erano completamente decorati; le pitture oggi conservate mostrano una successione delle tematiche decorative senza alcuna soluzione di continuità e si svolgono lungo le pareti della stanza sfruttando ad arte la curvatura degli angoli smussati. 
La rottura con gli schemi delle epoche precedenti, in cui il rapporto tra parete (o suo modulo) e scena era rigido e costante, è una caratteristica significativa delle tombe ramessidi e coincide con l’irruzione del mondo divino nella decorazione: le convenzioni spazio-temporali che dominavano le scene della vita quotidiana, ora sostituite dai nuovi temi religiosi, sono sentite inadeguate alla rappresentazione del mondo ultraterreno3; con i limiti della sequenza saltano anche le divisioni per registro e non di rado, anche nella tomba di Huy, scene o singoli elementi occupano due o più registri.
Le scene conservate offrono preziose rappresentazioni delle processioni religiose in onore delle statue del re divinizzato Amenofi I e di sua madre Ahmosi Nefertari, momenti del funerale, il giudizio nell’aldilà con la scena della psicostasia a cui assistono immote file di geni funerari in trono e, infine, il rapporto del dio Horo ad Osiri. Sul registro inferiore della porzione orientale della parete nord, Huy e la moglie, seduti su eleganti poltroncine dinanzi alla tavola imbandita del banchetto funerario, volgono le spalle alla rappresentazione vivace del giardino, reale o vagheggiato, della loro dimora (fig.3 ). Alcune delle scene non furono completate: sulla parte orientale della parete nord, solo il registro inferiore e il fregio superiore con gli Anubi alternati a simboli protettivi furono dipinti con colori ancora oggi vividi, mentre la rappresentazione di una delle processioni cultuali in onore di Amenofi e di sua madre fu preparata dal disegnatore con rapidi tratti in rosso a mano libera ma non terminata dal pittore; in più punti, le colonne o gli spazi preparati per la scrittura dei testi di accompagnamento alle scene sono rimasti vuoti. Fu invece portato a termine il soffitto, suddiviso in tre zone: le due estremità est e ovest ospitano le usuali decorazioni geometriche mutuate dai tessuti e dalle stuoie, mentre al centro due grandi figure di Huy, affrontate, venerano la barca solare, incorniciate da due colonne di testo, con formule di adorazione e nome e titoli del defunto (fig.4 ).

Fig. 3: Dettaglio della decorazione dipinta di TT14: Huy e sua moglie seduti
Fig. 4: Fotomosaico da fotoraddrizzamento digitale della porzione centrale del soffitto decorato della prima camera di TT14 (P. Del Vesco)

Dicembre 2003
Nel corso di questa missione si è proceduto all’indagine degli ambienti situati a sud e sud-ovest della prima camera dipinta (A), in precedenza mai esplorati, in quanto quasi integralmente riempiti di terra e detriti4. Lo smantellamento dei muretti a secco che chiudevano il lato est ed ovest della piccola camera con nicchia B, essa stessa parzialmente riempita di sabbia e terra, ha rivelato una camera ad est (D), ingombra di riempimento fin quasi al soffitto, e, nelle stesse condizioni, un ambiente ad ovest. L’indagine si è concentrata su quest’ultimo, confermando la precedente ipotesi che si trattasse dello sloping passage verso gli ambienti funerari dell’ipogeo. Ad esso si accede da B per mezzo di un alto scalino intagliato grossolanamente nella roccia. Il suo pavimento discende gradualmente fino ad un dislivello massimo di circa 1 m rispetto alla stanza A; le pareti non presentano decorazioni ma solo una fascia ricoperta da un intonaco biancastro, a tratti conservato, nell’area dell’alto gradino di accesso; il soffitto, piatto, è anch’esso di nuda roccia. La prima parte, orientata N-S, è costituita da un ambiente stretto e basso (C)5, che si allarga verso il fondo, biforcandosi dopo 3,20 m in un angusto tunnel verso sud-ovest (G) e un ambiente che piega più o meno ad angolo retto verso sud-est (F).

Come la quasi totalità delle tombe tebane, TT 14, prima che l’ingresso venisse chiuso nel 1909 con un cancello di ferro, è stata oggetto di saccheggi e intrusioni antichi e moderni, che hanno pesantemente disturbato il contesto originale. L’indagine stratigrafica ha permesso, tra l’altro, di distinguere chiaramente il percorso seguito dagli intrusi moderni all’interno della tomba: il loro passaggio è infatti indicato da una diversa consistenza del riempimento, più sciolta e sabbiosa, risultato dello scavo del deposito originario, assai più compatto e tuttora ben visibile in alcuni punti. Molti indizi mostrano inoltre che l’ipogeo è stato più volte, dall’antichità ad oggi, invaso dall’acqua alluvionale convogliata dal vicino wadi, con risultati purtroppo disastrosi per il materiale organico depostovi.
Molti frammenti dipinti della decorazione parietale di A sono stati rinvenuti nei diversi strati del deposito di B e C (fig. 5). Se si eccettuano questi, alcuni frammenti di ceramica dipinta tipica del Nuovo Regno e un blocco con parte di un’iscrizione geroglifica, anch’esso attribuibile al Nuovo Regno, i restanti rinvenimenti in B e C sono databili a diversi periodi tra la fine del Nuovo Regno e l’Età Tarda: gli ushabti - frammentari o integri, in faience, terracotta o argilla seccata al sole, iscritti o più spesso anepigrafi - appartengono in parte a tipologie note nella XXI e XXII dinastia, in parte alle numerose serie ospitate nei corredi funerari dell’età tarda, dalla fattura assai grossolana. Numerosi sono stati anche i ritrovamenti di piccoli amuleti funerari in faience, anche in questo caso databili tra III Periodo Intermedio ed Età Tarda. Alcuni frammenti in terracotta dipinta, rinvenuti in diversi livelli di C (alcuni nel riempimento “sciolto”, altri nel deposito compatto non toccato dai ladri), in parte combacianti, appartengono alla tipologia dei cosiddetti “letti votivi”, diffusa tra la XXI e la XXIV dinastia, per lo più – ma non esclusivamente – in contesti non funerari, con significato connesso alla fertilità. Sembra dunque assai probabile che la tomba ramesside sia stata riutilizzata nel corso del III Periodo Intermedio. Non hanno invece fornito informazioni utili i pur numerosi frammenti lignei, spesso identificabili come parti di sarcofago ma talmente deteriorati dall’acqua da aver perso quasi completamente traccia della decorazione originale.

Fig. 5: Frammento della decorazione parietale della sala "A" rinvenuto in "C": Huy in adorazione

Ottobre 2004
La missione si è svolta dal 10 ottobre all’8 novembre 2004. Nel suo corso è stata completata l’indagine archeologica in C e si è intrapreso lo scavo del piccolo ambiente D, della seconda parte dello sloping passage (F) e del tunnel G.
La campagna ha portato già nei primi giorni di scavo alla scoperta di una tomba finora ignota, situata a nord-ovest di TT 14: un passaggio scavato nella roccia, in precedenza sigillato dal deposito compatto che aderiva alla parete ovest di C, discendeva infatti dalla tomba verso gli ambienti funerari di TT 14, situati ad un livello inferiore. Evidentemente, in una fase della sua storia, essa si era estesa, inglobando le gallerie sotterranee della tomba ramesside di Huy. Nulla di più era possibile dire senza intraprenderne l’esplorazione archeologica: essa appariva infatti ingombra di detriti e deposito fin quasi alla volta rocciosa. In attesa di ricevere dallo SCA la relativa autorizzazione, si è perciò proceduto secondo il programma previsto, dedicandosi all’indagine di D. Questo si è rivelato una sorta di grande loculo scavato ad est dell’anticamera B, probabilmente durante l’età saitica, come hanno mostrato due deposizioni ivi rinvenute, disturbate ma databili grazie alla ceramica ancora in sito: due vasi d’offerta, di cui uno, ancora con il suo contenuto, ricostruito dalla ceramologa Maria Cristina Guidotti in collaborazione con il restauratore Gianluca Buonomini (fig.6).

Di grande interesse si è rivelato anche lo stretto tunnel G, che potrebbe essere appartenuto alla fase ramesside di TT 14- inizi della XXI dinastia, come sembra mostrare l’analisi del materiale rinvenutovi, purtroppo in condizioni pessime di conservazione, giacché nel tunnel deve essere ristagnata per lungo tempo l’acqua delle occasionali alluvioni penetrate nell’ipogeo. Esso ospitava i resti di almeno quattro persone: una di esse giaceva prona su quanto si era salvato del coperchio (o del “falso coperchio”) del suo sarcofago dalla duplice azione dei ladri e dell’acqua; si tratta solo di pochi frammenti, la cui parte decorata, a contatto con la sabbia, ha però miracolosamente conservato la decorazione e i colori originali (fig.7 ), mentre la parte a contatto con la mummia presenta uno spesso strato di fango indurito. L’azione dell’acqua aveva macerato irrimediabilmente anche la mummia, benché il fango depositato intorno ai resti mummificati ne disegnasse con chiarezza la sagoma. Il tunnel non ha restituito amuleti funerari; da qui vengono però due ushabti in legno, uno quasi integro, un altro frammentario e ricomposto, ormai privi della decorazione dipinta e delle iscrizioni ma stilisticamente databili all’età ramesside. A quest’epoca o alla XXI dinastia potrebbero essere datati anche i pochi frammenti superstiti del sarcofago sopra menzionati.

Fig. 6: Vaso d’età saitica da "D"
Fig. 7: Frammento di sarcofago dipinto da "G"

Nel corso della missione, l’équipe di restauratori dello SCA ha intrapreso un intervento preliminare di consolidamento della decorazione dipinta delle pareti nella stanza A, sotto la direzione del dr. Badawi dell’ispettorato di Gurna.
La campagna ha inoltre usufruito delle competenze specialistiche di Maurizio Forte ed Eva Pietroni dell’ITABC –CNR di Montelibretti (Roma), archeologi ed esperti in tecnologie per la ricostruzione di ambienti virtuali in archeologia, che hanno eseguito il rilievo tridimensionale di alcuni ambienti di TT 14, mediante un laser scanner 3D Leica Cyrax HDS2500 (fig.8 e 9).

Fig. 8: Eva Pietroni durante il rilievo con lo scanner 3D 

Fig. 9: L’acquisizione e registrazione dei dati con lo scanner in tempo reale

Gennaio 2005
La concessione di scavo per il nuovo ipogeo scoperto in ottobre, accordata dal Comitato Permanente dello SCA nel dicembre 2004, ha permesso di organizzare una campagna straordinaria nel successivo mese di gennaio, allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di informazioni sulla pianta e cercare di identificarne l’ingresso principale: non è possibile infatti, al momento, accedere alla tomba se non da TT 14.
La pianta preliminare determinata nel corso di questa missione mostra una sala traversa con soffitto a volta (a), orientata N-S, di circa 10,50 x 2 m. Due aperture sulla parete ovest danno accesso a due ambienti,
orientati E-O: un lungo corridoio (“c”, 10,80 x 1,80 m) e una piccola camera in asse con quello che sembra essere l’ingresso principale alla tomba in “a” (fig.1). Quest’ultimo è al momento ostruito dalla massa di detriti del pendio che costeggia a sud la strada di accesso alla tomba di Shuroy (TT 13). La sala stessa si presentava ingombra di detriti e deposito, penetrati sia dall’ingresso principale che da un’apertura minore a sud di questo e da una breccia nella parete nord.
L’estremità meridionale della parete est della sala fu abbattuta in un’epoca per ora non determinabile ma probabilmente tarda6, collegando la sala ad un ambiente adiacente, anch’esso scavato nella roccia, e, attraverso questo, allo sloping passage di TT 14, tramite alcuni scalini rozzamente intagliati nella roccia.
Nel corso della campagna di gennaio solo una porzione - la più meridionale - della sala “a” è stata scavata fino al livello del pavimento, rivelando, tra l’altro, l’imboccatura di uno sloping passage abbandonato in una fase iniziale dello scavo (“b”).
L’ipogeo era probabilmente preceduto da una corte, ora interrata, su cui Huy aprì l’ingresso della sua tomba: l’ingresso moderno a TT 14, con la scala di cemento, ne ricopre certo una parte; la parte restante è probabilmente seppellita sotto la strada moderna che porta alle tombe di Roy e Shuroy.
Benché al momento la tomba presenti alla vista solo la nuda roccia delle pareti e del soffitto, tracce di pitture murali con vividi colori sono presenti in alcuni punti, sulla parte alta delle pareti e sul soffitto, sia in “a” che in c”: l’inizio di un fregio-khekeru in blu, rosso e verde in “a” e bei motivi geometrici a stuoia sia in “a” che “c” (fig.10). La pittura è applicata su uno strato finissimo e assai ben livellato di gesso rosa: sia questo tipo di intonaco che i motivi geometrici delle pitture sembrano indicare una datazione della tomba (o almeno della sua decorazione) non posteriore alla prima parte della XVIII dinastia. Alcuni elementi potrebbero suggerire una datazione anteriore.
L’ipogeo conobbe comunque diverse fasi di occupazione, come mostrano le tracce di sepolture e corredi tardivi rinvenute nel corso dell’indagine (fig.11 ).
La mancanza di iscrizioni non permette per ora ipotesi sul primo proprietario della tomba. Il poco materiale iscritto finora rinvenuto appartiene a fasi di occupazioni successive o proviene dall’esterno, come, ad esempio, nel caso di alcuni coni funerari iscritti a nome del sommo sacerdote di Amon, Min-Montu detto Senires, presunto proprietario di TT 232,7 o del capitano del Primo Profeta di Amon, Nebanensu (fig.12), anch’egli proprietario di una tomba situata a metà collina, ad ovest del nostro ipogeo8.
Un cono funerario a nome del sindaco della città di Tebe, visir, primo profeta di Amon, Ptahmose, è stato rinvenuto nei pressi della porta principale in “a”9. Nel corso della campagna, Dina Bakhoum, ingegnere esperto in conservazione e collaboratrice del Centro Italo-Egiziano per il Restauro e l’Archeologia del Cairo, ha fatto un sopralluogo preliminare della tomba allo scopo di preparare un rapporto sulle condizioni delle pitture e delle volte rocciose, per procedere in seguito, ove necessario, ai relativi interventi di consolidamento.

Fig. 10: Dettaglio dei resti della decorazione dipinta sul soffitto di "c" (MIDAN.05)
Fig. 11: Scarabei funerari da corredi tardi
Fig.12: Cono funerario proveniente dalla tomba del Capitano del Profeta d’Amon Nebanensu

Novembre 2005
MIDAN.05
La campagna si è svolta dal 6 novembre al 3 dicembre e si è concentrata sugli ambienti più interni di MIDAN.05,  in attesa che i colleghi tedeschi del DAIK portino a termine lo scavo dell’area esterna circostante, rimuovendo la massa di terra e detriti che al momento incombe sulla tomba dal lato nord. L’indagine archeologica ha dunque avuto come oggetto il corridoio “c” , la piccola camera “e” e la vicina stanza “d”.
Il corridoio “c” presentava chiare tracce dell’azione di intrusi precedente all’interramento della tomba: il deposito era infatti stato scavato in più punti per raggiungere, con dei veri e propri sondaggi, il piano di roccia dell’ambiente e su questo allargarsi a raggiera nel deposito compatto attraverso stretti e precari cunicoli, fino a raggiungere le pareti laterali. Verosimilmente, agli stessi intrusi deve imputarsi lo scavo di una sorta di “pozzo” di saccheggio nel deposito, in corrispondenza di “e”, la piccola camera che si apre sulla parete sud di “c”. Il “pozzo”, evidentemente scavato dopo aver individuato l’accesso alla cameretta attraverso il sistema di sondaggi sopra descritto, era stato poi – presumibilmente dagli stessi saccheggiatori - rinforzato con due muretti di contenimento per impedire che la terra smossa franasse e permettere dunque un intervento di depredazione più agevole e prolungato nel tempo (fig. 13).

La cameretta “e” è situata ad un livello inferiore rispetto al pavimento del corridoio “c”, circa 1 m più in basso di questo (fig.14 ). La progressione dello scavo nella metà orientale del corridoio e la conseguente rimozione del muretto di contenimento ad est del “pozzo” di saccheggio hanno rivelato che in origine si accedeva ad “e” per mezzo di una serie di gradini intagliati nella roccia, che partivano quasi a ridosso della parete opposta nord. I saccheggiatori l’avevano svuotata, scavando e asportando in parte il deposito compatto che la riempiva,  originato dall’accumulo di terra insieme al fango e ai detriti trascinati da una delle ondate di piena alluvionale che hanno nel tempo interessato la tomba. Tuttavia, una parte del deposito non toccata dai ladri ancora aderiva alle pareti. All’interno di questo, lungo la parete est della camera, è stata rinvenuta una mummia in cattive condizioni di conservazione, priva di sarcofago, che è stata temporaneamente lasciata in sito, sullo spesso strato di deposito ancora non scavato, in attesa di sottoporla all’esame di un esperto.
Il piano del corridoio “c, una volta raggiunto, presentava uno strato biancastro gessoso piuttosto compatto e conservato in lacerti, forse originato da combustione: sia qui che negli altri ambienti della tomba sono frequenti le tracce di bruciatura sugli oggetti rinvenuti, certo frutto dell’abitudine dei ladri di dar fuoco alle mummie per recuperarne velocemente gli amuleti e gli oggetti in metalli preziosi e pietre dure. Sembra possibile che lo strato gessoso sia il risultato dell’azione di combustione sul precedente crollo dell’intonaco dipinto che ricopriva pareti e soffitti. Moltissimi frammenti minuti, ancora con tracce di pittura e colore, sono in effetti stati rinvenuti nel corso dello scavo, sia negli strati intermedi che al suolo, su quest’ultimo calpestati e agglomerati in zolle insieme al già citato materiale gessoso e a frammenti di ossa e bende.

Fig. 13: L’accesso aperto da ladri alla cameretta "e" con vista del muro di contenimento ovest
Fig. 14: La cameretta "e" in fase di scavo

All’estremità occidentale di “c”, sul lato opposto all’ingresso,  la parete meridionale del corridoio devia bruscamente verso nord, in maniera da formare un angolo acuto con la parete di fondo. In questo punto, dove il corridoio si restringe, gli scavi hanno messo a nudo uno spesso muro, in parte crollato, fatto di grosse pietre e schegge, legate dalla stessa malta rosa caratteristica di tutta la tomba. Il muro era intonacato sulla faccia rivolta verso l’ingresso con una muna di colore marrone-rossastro. L’indagine dell’area alle sue spalle è appena iniziata e il muro stesso deve ancora essere liberato completamente. Solo ipotesi perciò sono possibili in questa fase: è possibile che il muro ospitasse una nicchia, forse per alloggiarvi una statua, o una stele falsa-porta. Molti frammenti di stucco, che talvolta ancora conservano intatti i colori, sono stati rinvenuti nei suoi pressi.
E’ certo, comunque, che il muro fosse parte del progetto originale: alle sue spalle, infatti, non sono state ritrovate tracce né della malta rosa né di pitture. L’abitudine dei costruttori, osservabile in tutta la tomba, di scavare la roccia seguendone le linee naturali di distacco può far ipotizzare che in quel punto avvenga un cambiamento nella sua stratificazione geologica tale da aver loro impedito la prosecuzione del taglio rettilineo; il muro sarebbe stato, in questo caso, la misura adottata per restituire all’ambiente la regolare pianta rettangolare prevista dal progetto. Lo spazio chiuso dietro il muro, in seguito parzialmente crollato, fu però utilizzato, come hanno mostrato i primi rinvenimenti. Il proseguimento del suo scavo, previsto nella prossima campagna, dirà come e quando.
La camera “d” si apre a nord del corridoio. La sua porta principale dà sulla sala traversa “a”, benché al momento essa comunichi anche con “c”, attraverso una grossa breccia nella parete sud (fig. 15). L’indagine ha rivelato che la stanza è occupata per la maggior parte della sua area da un pozzo funerario rettangolare, scavato nella roccia in maniera da lasciare intorno ai lati un bordo sopraelevato, come una sorta di parapetto di roccia, una caratteristica attestata in diverse tombe della necropoli tebana (Kampp “Felsbosse”)10. Solo i primi strati del riempimento sono stati per ora rimossi, rivelando sulle facce corrispondenti ai lati più lunghi le caratteristiche cavità semicircolari che venivano praticate per consentire l’appoggio dei piedi e facilitare così la discesa e l’ascesa lungo le pareti. Il pozzo sarà indagato nella prossima campagna (fig. 16).
Nel materiale per ora ritrovato in questi ambienti, sia frammentario che integro, restano scarsi, in generale, i ritrovamenti databili al Nuovo Regno mentre prevalgono i rinvenimenti riferibili a corredi funerari tipici del III Periodo Intermedio - inizi dell’Età Tarda. Il dato trova per ora conferma anche nella maggioranza delle forme ceramiche finora ricostruite, databili al periodo tra IX e VI secolo a.C. Lo studio della ceramica proveniente da MIDAN-05 è però appena iniziato e, in particolare, ancora non è stato affrontato l’esame di quella proveniente dagli strati inferiori di “c”.
Ancora nessun dato certo permette ipotesi sull’identità del primo proprietario della tomba. E’ probabile che la facciata esterna, una volta liberata, e lo scavo del pozzo funerario in “d” forniranno questa preziosa informazione.
Tra il materiale iscritto, oltre ai coni funerari,  numerosi sono gli ushabti, per ora frammentari, per lo più databili al III Periodo Intermedio, appartenuti a personaggi che portano i nomi di #nsw-wn-nxy11, Ns-@r, &A-prt (?), i cui esemplari non danno però titoli né patronimici che possano agevolarne l’identificazione. Alla XVIII o XIX dinastia possono datarsi due ushabti in legno, policromi, di cui resta solo la parte inferiore, con il nome di un […]-m-Hb (forse: @r-m-Hb, dalle tracce di uno dei due, meglio conservate). I due frammenti mostrano chiari segni di bruciatura sul margine superiore, suggerendo che la parte restante sia stata consumata dal fuoco in ambedue le statuette.

Fig. 15: Veduta del corridoio "c" da ovest, con la breccia sulla parete nord che mette in comunicazione gli ambienti "c" e "d"
Fig. 16: Il pozzo funerario in "d" nella fase iniziale dello scavo

TT 14
Nel corso della campagna, Lucia Grassi ha eseguito le copie di tutte le pitture della sala A della tomba di Huy.
Un controllo comparato tra le condizioni attuali delle pitture e quelle documentate dalla prima campagna fotografica nel gennaio 2003 è stato effettuato da Dina Bakhoum, ingegnere strutturale, esperta in Conservazione. Il relativo rapporto è presentato di seguito (Preliminary Condition Report of TT14, by Dina Bakhoum).
Barbara Lippi, antropologa, ha iniziato l’esame dei numerosi resti umani finora rinvenuti in TT 14 e MIDAN.05, fornendo un rapporto preliminare.
Un nuovo metodo di ricostruzione tridimensionale degli oggetti è stato sperimentato da Maurizio Forte (ITABC-CNR) e Claudia Liuzza (Ename Centre for Public Archaeology and Heritage Presentation – Belgio) su una parte del materiale rinvenuto nelle passate campagne: le immagini digitali sono state elaborate con tecniche di computer vision attraverso il software Epoch 3D sviluppato presso l'Università di Leuven, nell'ambito del progetto europeo Epoch (di cui l'ITABC fa parte). La parte applicativa del software è in corso di sperimentazione presso il VHLab del CNR-ITABC. I risultati, assai promettenti, permetteranno di integrare gli ambienti virtuali della tomba, ricostruiti nelle diverse fasi di scavo tramite tecniche di rilievo tridimensionale, con i modelli tridimensionali del materiale di volta in volta rinvenutovi, completi di componenti geometriche e texture.

 Filmato elaborato a partire da tecniche di computer vision con visualizzazione 3D di un frammento di vaso

 


(1): Le campagne 2003, 2004 sono state finanziate dall’Università di Pisa; dal 2005, ai fondi pisani si è aggiunto un contributo del Ministero degli Affari Esteri.
(2): M., Baud, Les dessins  ébauchés de la nécropole thébaine (au  temps du Nouvel Empire). MIFAO 63. Le Caire, 1935, pl. III, fig. 20 and pp. 69-70; M. Werbrouck, Les Pleureuses dans l'Egypte Ancienne, Fondation Egyptologique Reine Elisabeth,  Bruxelles, 1938, figs. 6, 7, 63, 135, and 177.
(3): J. Assmann, Proiorität und Interesse: das Problem der Ramessidischen Beamtengräber, in: “Problems und Priorities in Egyptian Archaeology” (J. Assmann, G. Burkard, V. Davies eds.), London & New York 1987, pp. 31-42; Id., The Ramesside tomb and the construction of sacred space, in. “The Theban Necropolis: Past, Present and Future” (N. Struswick and J. Taylor eds.), London 2003, pp. 46-52.
(4): Un rapporto dettagliato di questa campagna è stato pubblicato da M. Betrò, Excavation of the Theban Tomb 14 (Huy) at Dra abu el-Naga (Gurna – Luxor). Preliminary Report (Season 2003), EVO 27, 2004, 45-59.
(5): La larghezza massima è di ca. 1,50 mentre l’altezza massima è di 1,10 m.
(6): L’apertura, successivamente, fu richiusa, almeno in parte, con un muro di mattoni crudi e schegge di pietra.
(7): D. Polz, MDAIK 59, 2003, p. 384-85.
(8): Id. ibid., p. 380-81.
(9): Diversi esemplari di coni a nome dello stesso personaggio - presumibilmente il visir dell’Alto Egitto nei primi anni di regno di Amenofi III, la cui tomba tebana è ancora ignota - sono stati rinvenuti anche dalla vicina missione spagnola: José M. Galán, Conos Funerarios hallados en las tres primeras campañas (2002-2004),
http://www.excavacionegipto.com
(10): F. Kampp, Die Thebanische Nekropole, Theben XIII, Mainz am Rhein 1996, p.87.
(11): Per questo nome, PN, I, 178, 21 e RdE 34, 104-105.


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A.M.